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La trasformazione agricola parte dalla cultura

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Autore: Flavia Foradini

Fonte: Il Sole 24 Ore

Una delle sfide più grandi per l'umanità è la capacità di reperire risorse alimentari in maniera sostenibile per dieci miliardi di persone. «L’agricoltura è chiamata a fare la sua parte: ha bisogno di innovazione sia tecnica che economica, sia come produzione che come consumi», sostiene Bina Agarwal, docente di Economia dello sviluppo e dell’ambiente a Manchester

Per una popolazione che nel 2050 le stime internazionali prevedono sfiorerà i 10 miliardi di persone, in larga parte concentrate in grandi agglomerati urbani, una delle sfide maggiori sarà quella della capacità di reperire risorse sufficienti in termini di cibo. L’agricoltura giocherà dunque un ruolo primario. Ma con ambienti naturali sempre più funestati da inquinamento, surriscaldamento, siccità e cataclismi, l’impresa sarà sempre più ardua, tanto più che colture e allevamento sono già oggi responsabili per quasi un quarto delle emissioni totali di gas serra: assai più dei trasporti; più delle attività industriali, e quasi allo stesso livello della produzione di elettricità, riscaldamento e raffrescamento.

Occorre dunque ripensare in toto i sistemi alimentari, così come le abitudini dei consumatori: “L’agricoltura è chiamata a fare la sua parte per essere produttiva ma sostenibile e ridurre gli effetti negativi sul pianeta. E’ necessario innovarla sia a livello tecnico che economico, sia a livello di produzione che di consumi” sostiene Bina Agarwal, una laurea all’Università di Delhi e una a Cambridge e professoressa di Economia dello sviluppo e dell’ambiente all’Università di Manchester, ma anche membro di numerosi gruppi di studio di livello internazionale: “Negli ultimi decenni si è cominciato a sondare tecniche alternative di produzione, dall’agricoltura verticale a quella idroponica a quella aeroponica, ma si tratta perlopiù di metodi che non investono raccolti su larga scala di prodotti di base come i cereali, dove una soluzione pare essere piuttosto l’uso di una maggiore varietà di semi e la rotazione delle colture, che non depauperino il suolo, e consentano un minore uso di fertilizzanti e pesticidi. In questo senso i governi possono fare di più, per esempio evitando di sovvenzionare in modo diretto o indiretto l’uso di prodotti chimici per le colture e nel sostenere i piccoli e medi agricoltori, ma certamente devono fare di più pure nel finanziare la ricerca agroalimentare”.

Anche sulle nostre tavole è necessario un nuovo orientamento, continua Bina Agarwal, dall’anno scorso accademica dei Lincei e di recente insignita del prestigioso Premio Balzan proprio per il suo innovativo, interdisciplinare approccio alle complesse questioni globali che reclamano soluzioni: “I media possono svolgere un ruolo cruciale nello spiegare alla gente e nel rendere appetibili varianti alimentari che finora per tradizione non parevano accettabili, come insetti o plancton, che però in un prossimo futuro potrebbero aiutare a nutrire il pianeta. In particolare, pur rappresentando una grande chance, ciò che gli oceani hanno da offrire non è ancora stato approfondito abbastanza.”

Un ausilio fondamentale nella ricerca di nuove vie può venire da una schietta interdisciplinarietà: “Le sfide globali che siamo chiamati a risolvere sono complesse e le risposte non le possiamo trovare in singoli settori. Se vuoi occuparti di sistemi alimentari non è sufficiente trovare modalità per produrre più cereali, frutta, ortaggi. I costi delle nuove tecniche devono essere sostenibili per le varie comunità che le vogliano adottare. Ma devi anche conoscere le modalità culturali e di funzionamento di queste comunità.”

C’è dunque bisogno di competenze sinergiche in economia, agronomia, sociologia e antropologia, prosegue Agarwal: “Tutto ciò che ha a che fare con problemi ecologici – dalle foreste agli oceani, dall’agricoltura all’allevamento, al cambiamento climatico, – presenta un aspetto tecnico, un aspetto economico, e aspetti che attengono alle scienze umane. Questo significa che il dibattito scientifico deve essere trasversale: non vi sarà successo senza l’apporto di tutti.”

Un apporto che può essere sollecitato anche da campagne come quella dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dalle Nazioni Unite per il 2030: “Questi traguardi hanno grande potenziale, anche se non identificano i meccanismi concreti con cui raggiungere un obiettivo particolare: ed è in questa dimensione più fattiva, nella messa a punto di processi tangibili con cui ottenere i risultati auspicati, che vi può essere un apporto innovativo da parte dei governi dei vari Paesi.”

In generale, l’àmbito di azione dovrebbe essere, secondo Bina Agarwal, quello di un’economia ecologica, in cui non soltanto i bisogni degli esseri umani fossero al centro della riflessione e in cui le scelte venissero guidate dall’etica: “Prendiamo una foresta: qual è il suo valore? Dal punto di vista strettamente tecnico, quello del legname che la costituisce. Però una foresta è molto di più, è un ecosistema che ospita un gran numero di specie e offre un gran numero di prodotti. Riconoscere questi aspetti interconnessi porta l’ecologia dentro all’economia”.

 

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Chi siamo

L’associazione culturale “Risorse”, il cui sottotitolo è “per capire meglio l’economia”, intende rispondere a questa crescente aspettativa dei cittadini, che, di fronte a una crisi prolungata, avvertono la necessità di comprendere davvero. Non si tratta quindi di soddisfare soltanto un bisogno puramente culturale, bensì anche vitale.

 

Con le nostre iniziative offriremo un percorso culturale in materia socio economica, rivolto a cittadini non specialisti I tempi ci paiono maturi per rendere più accessibile e “democratico“ il sapere economico. Così potrà uscirne valorizzato anche il senso di “cittadinanza”.

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