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Il liberalismo ha fallito?

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Autore: Sergio Benvenuto

Fonte: doppiozero.com

i diffondono libri e saggi in cui si brinda al fallimento del neoliberalismo. Per neoliberalismo si intendono sia le politiche thatcheriano-reaganiane adottate in molti paesi, sia certe dottrine liberali del secolo scorso, come l’ordoliberalismo tedesco o il liberalismo austriaco (L. von Mises, F.A. von Hayek) o quello americano (scuola di Chicago). Si intende insomma sia una certa governance politica affermatasi dagli anni ‘80 in poi, sia teorie economiche, filosofiche in senso lato, che starebbero alla base di questa governance. 
Uno degli ultimi interventi in questo senso è opera di un filosofo, Massimo de Carolis, Il rovescio della libertà, che ha per sottotitolo Tramonto del neoliberalismo e disagio della civiltà (Quodlibet). De Carolis intende dimostrare che il neoliberalismo è fallito non con argomenti economici o sociologici, ma piuttosto filosofici speculativi. Anche se de Carolis evoca dati di fatto economici e sociali. 


Ma in che senso il neoliberalismo è fallito? Non venderei la pelle dell’orso prima di averlo ucciso.
Credo intanto che non ci si debba limitare a criticare il neoliberalismo, ma il liberalismo nel suo complesso (come ho cercato di fare qui). Si diagnostica il fallimento del liberalismo – o solo quello della variante neoliberale – di solito evocando le grandi crisi economiche, come quella del 2008, peraltro affrontata dai governi con misure lontane dalle ricette liberali. Quella del 2008 è la quarta grande crisi del capitalismo, dopo quella del 1873-1896, quella dal 1929 al 1940, e quella degli anni 1970. In effetti, le teorie liberali si basano su un presupposto: che se lo stato non interviene troppo, il mercato porterà spontaneamente alla massima ricchezza. Il mercato lasciato alle proprie dinamiche è quel che F.A. von Hayek chiamò catallassi: l’interazione spontanea di agenti economici che seguono ciascuno proprie finalità. Il liberale è un anarchico che però si rassegna al governo come a un male necessario, e che intende comunque limitarne asintoticamente il dominio; punta a un “governo frugale”. Ora, però, la crisi a partire dal 2008 ha dimostrato, come del resto già dimostrarono le crisi precedenti, che un sistema liberale può portare alla prosperità ma anche al disastro. 
 
Di solito il liberale schiva le critiche dicendo che le crisi accadono perché le società capitaliste oggi non sono abbastanza liberali, non sono – come dice di solito – mercati perfetti. Mesi fa assistetti a un dibattito televisivo con un eminente esponente del pensiero liberale. A chi gli ricordava la crisi del 2008, rispose: “È lo stato americano, non il mercato, la causa della crisi. Lo stato americano ha fatto leggi secondo cui ognuno doveva avere una casa di proprietà”. Ma lo stato americano non ha mai emanato leggi del genere. Questo liberale confondeva un sentimento diffuso nella società civile, l’aspirazione a dare una casa anche ai poveri, con immaginarie leggi specifiche. Prova, anche in questo caso, che non bastano le smentite fattuali a cambiare la propria visione del mondo.
De Carolis, però, non critica il liberalismo tanto per le crisi economiche, quanto piuttosto perché porterebbe a una ri-feudalizzazione della società. Accusa grave, perché il liberalismo si vuole radicalmente anti-feudale. Per feudalesimo il liberalismo non intende il tipo di società prevalente in Europa nel Medio Evo, ma in generale una società fondata su vincoli di potere precostituiti, su obbligazioni e sottomissioni del tutto svincolate dal mercato. Per il liberalismo è solo nel mercato che i soggetti operano – comprano e vendono – liberamente.
 
Ma il punto è: quale grande dottrina politica in fondo non è fallita? Tutte, portate nella realtà, hanno in qualche modo fallito. E aggiungo: quale società non tende, in modi diversi, a feudalizzarsi?
In Occidente abbiamo fondamentalmente cinque grandi filosofie politiche: il liberalismo, il socialismo, il solidarismo cristiano, il democratismo e il fascismo. Credo che tutte e cinque siano fallite. (Secondo me tutte queste filosofie, eccetto il fascismo, hanno aspetti positivi.)
Tutte le varianti di socialismo, in modo diverso, sono fallite: la sovietica, la cinese, la cubana, la jugoslava, la nicaraguense, la nord-coreana… L’ultimo fallimento in corso è quello del petro-socialismo venezuelano. Eppure non sono tanto ingenuo da concluderne che per questo le filosofie socialiste cesseranno: esse sono così allettanti, che troveranno sempre qualcuno per farle proprie. È vero che ogni “socialismo reale” delude, ma si pensa che il prossimo sarà finalmente il vero socialismo.
Anche la democrazia è in crisi. Si allarga l’area di chi non vota, perché non si sente rappresentato da alcun partito. Con Berlusconi, Trump e Thaksin Shinawatra in Tailandia abbiamo visto che il potere sui media può far vincere le elezioni a un tycoon che così accumula troppo potere. Molte democrazie si sono suicidate democraticamente, come in Germania nel 1933. E ci sono vaste aree sottratte al controllo democratico: per esempio la magistratura (che non viene eletta) e i direttori delle banche centrali. 
Quanto al fascismo e alle dottrine politiche cristiane, mi sembra superfluo portare esempi. Per molti secoli le società cristiane hanno prodotto regimi orribili molto lontani dai dettati evangelici. 
Il punto è che, pur avendo fallito tutte le filosofie politiche dell’Occidente, non ne abbiamo altre chiaramente migliori. A meno di non considerare il rousseauismo della democrazia diretta, dato che questo finora non è mai stato applicato. Ed è su questa verginità che punta tutte le sue carte Beppe Grillo.
 
Si può ripetere che il liberalismo ha fallito perché si dà per scontato che dagli anni 80 in poi le ricette neoliberali siano state applicate nelle nostre società iperindustriali in modo sistematico e capillare. Ma non è questo il caso, grazie a Dio. 
Il neoliberalismo è una teoria, ma la realtà è altra cosa. Le nostre società occidentali sono in realtà liberal-social-democratiche, mescolano elementi liberali socialisti e democratici.
Reaganismo e thatcherismo hanno scalfito il welfare state, ma non lo hanno veramente smantellato; per molti versi le nostre società sono rimaste keynesiane. Lo si vede bene quando, in Italia, i governi, peraltro di sinistra, cercano di liberalizzare cose come la vendita di farmaci e di giornali, i taxi e cose simili: succede il finimondo e ci devono rinunciare. E l’enorme debito pubblico di paesi come Giappone, Grecia, Italia e Portogallo mostra che di fatto questi paesi hanno perseguito politiche keynesiane.
 
Direi che le società reali sono dei bricolage, come quelli che faceva Picasso combinando oggetti disparati. Le nostre società mescolano opportunisticamente elementi di democrazia e di socialismo sullo sfondo di una società di mercato. Del resto ci sono paesi social-liberali ma non democratici, come la Cina o Singapore. E ci sono paesi socialisti che non sono né liberali né democratici, come Cuba e la Corea del Nord. È notevole però che non esistano società socialiste-democratiche che non siano anche liberali. Penso che sia il socialismo che l’ideologia puramente democratica siano falliti non meno del liberalismo, ma proprio per questo le nostre società combinano i tre paradigmi, i quali si correggono a vicenda. 
Nessuna società umana è solo qualche cosa. Una società schiavista non è solo schiavista, una società feudale non è solo feudale, e una società capitalista non è solo liberale. Una società esprime anche altre forme di vita rispetto a quella dominante, e queste altre finiscono poi col cambiare una società e producono storia. È questa la critica che bisogna rivolgere al liberalismo: che considera una sola forma di vita, quella dello scambio economico, e ignora le altre. Così, nelle società liberali si è innestato il welfare state e un certo controllo politico sull’economia (per esempio, attraverso la tassazione, la partecipazione pubblica alle imprese). Insomma, le società nelle quali prospera il liberalismo tendono anche a correggere e modificare i puri processi di mercato, quando essi danneggiano alcuni o tutti. Inoltre, nelle società democratiche si sono innestati centri di potere che in parte controllano la democrazia, come le lobbies che condizionano i politici. Le grandi aziende hanno i “loro” deputati al Parlamento.

È vero che possiamo considerare la democrazia pluralista una versione politica della società di mercato. I partiti possono essere assimilati a “ditte” in competizione che tendono a conquistare non quote di mercato ma quote di elettori. La lotta tra partiti è una forma di catallassi, ma non coincidente con quella economica. Ovvero, la catallassi politica può modificare la catallassi del mercato.
Ora, quando diciamo che il liberalismo come dottrina è fallito, questo non implica affatto che sia fallito, di fatto, il capitalismo, di cui il liberalismo è, direi, l’idealizzazione. Anche perché ci sono società liberali riuscite e altre meno. Non si può generalizzare.
 
Possiamo considerare riuscite certe società capitaliste come quelle del Nord Europa (in particolare i paesi scandinavi, l’Olanda, la Germania), il Canada, l’Australia. Gli indicatori di questi paesi sono quelli che tutti noi consideriamo positivi: sono le società più ricche (PIL pro capite più alto), più egualitarie (coefficiente Gini più basso), con maggiore eguaglianza di genere, con più alti livelli di istruzione, con la più bassa corruzione, maggiore libertà dei media, ecc. Queste società sono ottimali a dispetto del loro essere liberali o proprio perché, almeno in parte, lo sono? Penso che siano riuscite a prendere il meglio del modello liberale ma dando spazio anche ad altri paradigmi, in particolare il democratico e il socialista. Sono liberali perché il lavoro là è molto flessibile, il Jobs Act ce l’hanno da molto tempo, ovvero è facile sia assumere che licenziare. Ma hanno un buon welfare state, lo stato si prende cura dell’istruzione, ecc. Insomma, possiamo identificare la teoria liberale al funzionamento concreto delle società, che non sono mai solo di mercato? 
Altre società capitaliste e più o meno liberali invece non vanno molto bene, anche all’interno dell’Europa, come i PIGS: alta disoccupazione, PIL pro capite più basso, meno egualitarismo economico, minore eguaglianza di genere, livelli di istruzione più bassi, alta corruzione, ecc. Anche in questo caso, le loro magagne derivano dal fatto di essere società liberali, o di non esserlo abbastanza?
 
I vari liberalismi si fondano essenzialmente su quel che già Adam Smith aveva chiamato Mano invisibile, ribattezzata poi catallassi. Questa Mano catallattica non è descritta mai come diabolica e sempre come provvidenziale. Ma la Mano catallattica può produrre sia il boom che le vacche magre. Quindi, se la catallassi non funziona a vantaggio di tutti, lo stato è costretto a intervenire, e non giusto come arbitro. In effetti, secondo il paradigma liberale lo stato deve essere solo un arbitro, come nelle gare sportive. Eppure sappiamo che gli arbitri fanno parte a loro volta di una catallassi, per cui abbiamo anche dei Byron Moreno. Lo stato non è mai semplicemente arbitro perché – come mostra bene de Carolis – esso è a sua volta investito da lotte di potere catallattiche. La società è sempre una catallassi di catallassi. 
 
Il liberalismo si basa sul paradigma kantiano dell’insocievole socievolezza: ovvero, la società di mercato funziona bene perché ognuno pensa solo al proprio tornaconto. La società migliore si baserebbe sulla generalizzazione del do ut des. Ma il liberalismo rimuove così una dimensione importante, la volontà di potenza. E i conflitti di potere, che non sono riducibili a fattori concorrenziali nel mercato, hanno la loro catallassi. Il potere difatti non è qualcosa che si scambia nel mercato, è qualcosa che si esercita.
Secondo la teoria dei sistemi, un sistema – un mercato lo è – è immerso sempre in un ambiente, dal quale provengono elementi che penetrano il sistema. Ora, per il liberalismo non ci dovrebbe essere questo ambiente esterno al sistema, ovvero il mercato dovrebbe essere un sistema del tutto chiuso in se stesso, idealmente chiuso anche alla politica. Ma questo è impossibile. Sul sistema del mercato fanno pressione ogni sorta di istanze ambientali, ovvero forme di vita diverse da quelle dello scambio economico: politiche, estetiche, religiose, etiche… Gli esseri umani non sono semplicemente homines oeconomici. In una democrazia anche i poveri votano, così ci sarà una forte pressione da parte dei più poveri a garantire un salario minimo, ad esempio. E così via.
 
La società è un’interazione di catallassi diverse. Da qui la tentazione anti-democratica del liberalismo puro: per mantenere il mercato isolato dal contesto sociale in cui è immerso, meglio una dittatura. Così von Mises approvò il colpo di stato di Pinochet in Cile nel 1973: perché la libertà di mercato possa funzionare perfettamente, si possono eliminare le libertà democratiche.
 
L’homo oeconomicus è l’uomo dedito allo scambio. Il valore economico è sempre e solo valore di scambio, il valore d’uso è sullo sfondo ma non entra nel calcolo economico. È ricchezza economica solo ciò che è scambiabile; è ricco chi può scambiare più del meno ricco. Ma nella vita umana non c’è solo scambio di beni. Claude Lévi-Strauss ricordava che ogni società umana si basa sì sullo scambio, ma non solo di merci: di doni, di parole e di donne. E poi ci sono altri valori importanti: il prestigio, il potere, il successo sessuale, la simpatia. Queste dimensioni si intersecano sempre, è vero, ma sono catallassi distinte. La teoria liberale compie un diniego delle forme di vita che non rientrano nello scambio. Ma queste diverse forme di vita premono sulla catallassi economica, e la deformano continuamente.
Il liberalismo stesso è una teoria che nasce all’interno di un ambiente – di un ecosistema – che non è specificamente liberale, ma che rende possibile questa governance e può sostenerla. Il liberalismo ignora questo ambiente di cui esso stesso è il prodotto. Ma l’ambiente comprende anche le teorie anti-liberali, che entrano in competizione con il liberalismo nel mercato delle idee per così dire.
 
Come ogni concezione politica che assolutizza una sola forma di vita, anche il liberalismo nella pratica tende a rovesciarsi nel proprio contrario. Anche de Carolis, come molti altri prima di lui, fa notare che quella liberale è una visione idealizzata del mercato, mentre di fatto nelle società capitaliste vengono a crearsi centri di potere – trusts, monopoli, rendite di posizione, ecc. – che la teoria liberale non prevede, e che di fatto vanificano quella libertà individuale che il liberalismo vorrebbe esaltare. Ma questa tendenza di un progetto politico a rovesciarsi nel proprio contrario è un tratto tipico di ogni progetto assoluto che neghi la pluralità delle forme di vita. 
 
Il liberalismo americano ha elaborato il concetto di “capitale umano”, un’espressione che è entrata pienamente nel discorso comune. È stato il liberalismo americano a estendere il criterio economico a tutti gli aspetti della vita umana, facendo sostanzialmente coincidere l’essere umano con l’homo oeconomicus. Ad esempio, anche le cure genitoriali sono viste come parte di un processo economico: allevando e istruendo un figlio, un genitore edifica capitale umano, che un giorno darà i suoi frutti in termini monetari. Ma cosa motiva un genitore a formare un capitale umano? La propria soddisfazione. Nella misura in cui l’essere umano persegue sempre una soddisfazione, è sempre oeconomicus.
Ma il sistema mercantile implica un ambiente a esso esterno, e questo ambiente esterno non è esso stesso mercantile. Ad esempio, quel che rende difficile lo sviluppo capitalistico di certe aree è la corruzione dei funzionari dello stato; il capitalismo ha bisogno, invece, di una certa diffusa onestà.
 
Occorrono funzionari kantiani, impiegati ligi al puro dovere anche se potrebbero trarre facili guadagni dalle loro posizioni. Insomma, il capitalismo ha bisogno di uno stato forte, quindi esattamente il contrario di quel che predica il liberalismo. L’ordoliberalismo tedesco aveva visto che il mercato non è laissez-faire ma implica un’azione continua da parte dello stato, proprio per rendere possibile il libero gioco del mercato. Il mercato implica non solo uno stato forte, ma anche un ambiente spirituale forte, una cultura diffusa della disciplina e dell’onestà, oltre che del rischio. Mi chiedo, per esempio, se il successo dei paesi nord-europei non sia in qualche modo connesso alla severa morale luterana che ha plasmato quelle nazioni. E mi chiedo se il declino economico dell’Italia da una ventina d’anni non sia connesso a un degrado della vita spirituale dell’intero paese, al diffondersi capillare di una mentalità corrotta da una parte, e dal rifiuto del rischio dall’altra. 
Insomma, il liberalismo vede la società di mercato come un tutto, mentre essa è solo una parte. Ma le parti che non vede sono proprio quelle che rendono possibile il governo liberale, ovvero sono le condizioni ambientali per lo sviluppo sia del mercato che della sua teoria. Il liberalismo ha bisogno di queste parti che non vede come la terra su cui poggiare i piedi. 
In effetti, come diceva Foucault nel suo Seminario sul liberalismo: 
 
...Si instaura, nel cuore stesso di questa pratica liberale, un rapporto problematico, sempre diverso, sempre mobile tra la produzione della libertà e quello che, producendola, rischia di limitarla e distruggerla.
 
Quindi, si accusa il liberalismo di ri-feudalizzare il mondo, anche se esso pretende il contrario. Si insiste sulle lobbies, ovvero sulle posizioni di potere politico che assumono le grandi imprese. La libertà di mercato svanisce in pratica, dato che certi attori nel mercato lo condizionano imponendo le proprie scelte e interessi. Ma il punto è: questo è un effetto prodotto dalla teoria neoliberale applicata, anche se questa teoria non vuol vedere questo effetto? O è un effetto che viene dal fatto che l’essere umano non è semplicemente homo oeconomicus, ma è anche homo in lotta per il potere, per il prestigio, e per altre cose ancora?
 
Ovvero, certi tratti della nostra mentalità moderna sono effetti diretti del neoliberalismo, oppure essi avrebbero prevalso comunque in una società secolarizzata come la nostra? Ad esempio, quel che conta oggi nella vita sociale è essere un winner e non un loser, in qualsiasi campo. Anche tra filosofi, devi essere vincente e non perdente. L’intera vita sociale è assimilata a competizioni sportive. Ma il neoliberalismo non raccomanda di essere vincenti, dopo tutto esso offre un’immagine consolatoria implicita nel termine catallassi, che in greco significava “diventare amici”. Il liberalismo si basa sul presupposto che, in una società libera, ognuno, anche se è povero, ha ciò che merita. La visione competitiva dei rapporti sociali che si sta imponendo deriva forse dal liberalismo, ma va ben oltre esso.
Direi quindi che una società tende a sviluppare sempre aspetti feudali, nella misura in cui alcuni esseri umani, per doti naturali o per eredità sociale, sono molto bravi nell’accumulare potere (o prestigio, o amore, o simpatia, o tutto questo assieme). Ci sono anche i Mozart del potere. La teoria liberale non vede che si vengono a creare rapporti feudali anche in una società liberale. Potrebbe avvenire oggi quel che accadde nel Medio Evo, quando i liberi comuni italiani diventarono poco a poco, spontaneamente, delle signorie, ovvero si ri-feudalizzarono. 
 
E in effetti, anche il socialismo crea il potere feudale della Nomenklatura: chi ha potere politico decide per la massa che non ne ha. Persino la democrazia crea potere feudale: lo si chiama oggi casta politica, una vera e propria industria per produrre voti.
La lotta contro la feudalizzazione è quindi un processo infinito, che si impone in qualsiasi tipo di società. Se vogliamo lottare contro di esso, perché non tutti odiano il feudalesimo.
Insomma, il liberalismo è un’Utopia parallela al socialismo. Quest’ultimo pensa di eliminare la volontà di potenza degli umani costruendo una società in cui tutti siano fratelli e sorelle, mentre il primo pensa di eliminare la volontà di potenza dando corso a una società in cui ciascuno persegua solo i propri interessi. Entrambe le teorie denegano la realtà, permeata dalla volontà di potenza. 
Eppure, anche se il neoliberalismo come teoria ha fallito – proprio perché è una teoria – non direi che andiamo verso una società non liberale. Perché, fino a ora, non si è trovato un sistema che crei più ricchezza di quello capitalista e mercantile, di cui il liberalismo è la teorizzazione. E se non si crea abbastanza ricchezza, si redistribuirà sempre solo della povertà.
 
Oggi assistiamo a un esodo di milioni di esseri umani dall’Africa e da certi paesi asiatici, una migrazione smisurata verso i paesi europei e nordamericani. Questi paesi non sono solo liberali – abbiamo visto che sono società composite – ma sono stati profondamente marcati dal liberalismo. Tutta questa gente rischia la pelle per vivere in paesi dominati da un sistema fallito? Forse vale la pena ricordare che l’Unione Europea, col 7% della popolazione mondiale, contribuisce per il 25% al PIL globale e per il 50% del welfare. E che da oltre 70 anni vive sostanzialmente in pace, a parte alcune guerre coloniali e i conflitti balcanici. Fino a quando i paesi più ricchi e potenti saranno capitalismi liberali – e non solo liberali – i paesi più poveri e deboli non cesseranno di prenderli a modello. E masse di migranti di affluirvi. La teoria liberale sarà anche fallita, il capitalismo no.

Chi siamo

L’associazione culturale “Risorse”, il cui sottotitolo è “per capire meglio l’economia”, intende rispondere a questa crescente aspettativa dei cittadini, che, di fronte a una crisi prolungata, avvertono la necessità di comprendere davvero. Non si tratta quindi di soddisfare soltanto un bisogno puramente culturale, bensì anche vitale.

 

Con le nostre iniziative offriremo un percorso culturale in materia socio economica, rivolto a cittadini non specialisti I tempi ci paiono maturi per rendere più accessibile e “democratico“ il sapere economico. Così potrà uscirne valorizzato anche il senso di “cittadinanza”.

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