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Autore: Alessia Amighini

Fonte: lavoce.info

La guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina è alla fine iniziata. Porta con sé grandi rischi di un’escalation che potrebbe rallentare tutta l’economia mondiale. Non ci sarà un vincitore, ma è già chiaro chi pagherà il conto dell’azzardo di Trump.

Effetto dazi negli Usa
La guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina, minacciata da Donald Trump in primavera e finora scongiurata dai tentativi di arrivare a una trattativa, è infine iniziata il 6 luglio. Porta con sé grandi rischi di un’escalation che potrebbe rallentare tutta l’economia mondiale.
Ma quale sarà il vero impatto economico dei dazi? Di preciso non si può dire, perché è grande l’incertezza legata agli effetti sulla riorganizzazione internazionale delle filiere e sui prezzi al consumo e all’eventuale estensione dei dazi a un secondo gruppo di prodotti.

 

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Autore: Enrico Grazzini

Fonte: Economia&Politica

L’enorme debito dello stato italiano – pari a circa 2.300 miliardi, ovvero al 132% del Prodotto Interno Lordo – è un macigno sulla strada di qualsiasi governo. Il problema del debito pubblico è aggravato dal fatto che questo è contratto in una “moneta straniera” che lo stato non controlla: cioè l’euro. E che lo stato italiano è costretto a contrarre nuovi debiti solo per pagare gli interessi sul debito, senza riuscire a rientrare dal debito stesso. E’ un circolo vizioso che dura da qualche decennio e che è difficile rompere. Non a caso il debito pubblico continua costantemente a crescere. E Il peso del debito impedisce all’economia di svilupparsi per ripagare il debito stesso.


Come risolvere il problema? Le soluzioni non sono semplici ma probabilmente esistono. In primo luogo la proposta è di rivitalizzare l’economia emettendo dei titoli con valore fiscale che funzionino come moneta complementare all’euro, e che quindi ridiano ossigeno e liquidità all’economia reale rilanciando i redditi delle famiglie e delle imprese e gli investimenti pubblici e privati....

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Autore: Milena Gabanelli

Fonte: DataRoom

Se l’Italia dovesse decidere di uscire dall’euro, dovrebbe versare alla Germania 443 miliardi, la Francia gliene dovrebbe versare 65, la Spagna 381, e così via: il totale per la Bundesbank sono 923 miliardi. Questa è la posizione dell’entourage Merkel, e i numeri saltano fuori dai saldi del sistema di pagamento interbancario europeo, denominato Target 2.

Dobbiamo davvero pagare 443 miliardi alla Germania?
Questi saldi però hanno solo un significato contabile, come si evince da uno studio della London School of Economics, a meno che uno di questi Paesi non decida «domattina» di abbandonare l’Euro. Quindi il problema è che se i tedeschi si stanno occupando della questione «saldi» vuol dire che stanno studiando il piano B della rottura dell’Euro per fare bottino. È meglio saperlo per chiarire e negoziare in fretta questo punto insieme ai Paesi membri, anche perché in questo momento non abbiamo bisogno di aggiungere carburante alle speculazioni politiche.

L’invenzione dello spread
In queste settimane Francia e Germania stanno decidendo le regole di funzionamento dell’Eurozona, e noi, terzo paese per dimensione economica, a quel tavolo è come se non ci fossimo. Il tema ruota attorno al debito pubblico: non riusciamo ad abbatterlo perché siamo amministrati da una pessima classe dirigente, ma è anche vero che su questo debito noi paghiamo interessi del 2,4% (schizzati oggi al 3,21% per effetto della turbolenza politica), mentre la Francia paga lo 0,7% e la Germania lo 0,4%. A queste condizioni la consistente parte sana del Paese non ce la farà mai. Quando abbiamo deciso di adottare una moneta unica abbiamo rinunciato ai tassi di cambio, vuol dire avere un unico tasso di interesse e rischi condivisi. Tradotto: 100 euro di debito, valgono 100 euro tanto a Berlino quanto a Roma. Era così fino al 2010, quando è esplosa la crisi e la cancelliera Merkel e il presidente francese Sarkozy hanno avuto paura che i vari governi nazionali non si mettessero in riga per pagare i debiti. Da allora ognuno per sé, ed è comparso lo «spread». La conseguenza è che quando la Bce, secondo le regole previste, presta dei soldi alle banche dei vari paesi dell’Eurozona, applica tassi di interesse diversi, a seconda del grado di rischio: 19 paesi, 19 tassi diversi.

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Autore: Roberto Perotti

Fonte: lavoce.info

Come assicurare il debito pubblico della periferia dell’Eurozona e spingere la crescita: è una recente proposta di quattro autori. Questo contributo vuole ricostruire il contenuto “autentico” della proposta, per concentrarsi sui suoi pro e contro invece che su “cosa dice esattamente”.


Un recente articolo di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera ha presentato una proposta di Giovanni Dosi, Marcello Minenna, Andrea Roventini, e Roberto Violi per una riforma del Meccanismo di Stabilità Europeo (MSE) volta ad assicurare il debito pubblico della periferia dell’Eurozona e instaurare un circolo virtuoso di crescita. Per vari motivi che non è qui il caso di approfondire l’articolo ha scatenato una polemica sui social. Una parte di questa polemica è spiegabile dall’incertezza sui termini esatti della proposta, che non sono apparsi chiari a tutti i partecipanti (né al sottoscritto). Questo primo articolo si ripropone semplicemente di esporre i termini “autentici” della proposta, allo scopo di mettere un punto fermo nel dibattito e di potersi concentrare d’ora in poi sui pro e contro invece che su “cosa dice la proposta”.


La proposta – originariamente elaborata da Marcello Minenna a fine 2017 e condivisa successivamente dagli altri autori – è stata riportata in diversi articoli. Di seguito i link ad alcuni di essi: RISK Magazine, Financial Times Alphaville, Financial Times, Wall Street Journal, Social Europe.

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Autore: Stefano Casini

Fonte: industriaitaliana.it

Aziende nazionali perlopiù lente e in ritardo, e pur consapevoli delle profonde trasformazioni, esitanti ad affrontare il cambiamento organizzativo e di business. È il quadro che emerge da un’analisi IDC, commissionata da Sap, su un campione di 600 imprese. Come fare? Le case histories di due aziende manifatturiere che stano affrontando con successo la sfida: iGuzzini e Vibram


Avanti con prudenza. È d’uopo una citazione manzoniana, per descrivere l’attitudine di gran parte delle imprese nazionali di fronte alle sfide dell’ innovazione. La celebre frase, che è poi diventata proverbiale, nei “Promessi Sposi” viene messa in bocca al diplomatico spagnolo Antonio Ferrer, che esorta in questo modo il suo cocchiere ad avventurarsi con la carrozza in mezzo a una folla tumultuante. Non si sa mai, la strada è segnata, ma se verrà percorsa, di insidie ne può ben riservare. E così, nell’era della “digital disruption” le aziende devono incamminarsi e “darsi una mossa”, e devono farlo perlomeno alla velocità del cliente, che è sempre più “digitale”. Ma non tutte lo fanno. Anzi, quelle più dinamiche, rapide, fortemente innovative, restano una minoranza. Per quasi la metà (48%) dei Digital leader e manager Hi-Tech aziendali, i ritmi d’innovazione della propria organizzazione non sono al passo con la trasformazione dei mercati. Le imprese restano troppo lente. Sono spesso in ritardo. Anche se tra gli specialisti delle tecnologie è alta la percezione dei cambiamenti in corso.

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Chi siamo

L’associazione culturale “Risorse”, il cui sottotitolo è “per capire meglio l’economia”, intende rispondere a questa crescente aspettativa dei cittadini, che, di fronte a una crisi prolungata, avvertono la necessità di comprendere davvero. Non si tratta quindi di soddisfare soltanto un bisogno puramente culturale, bensì anche vitale.

 

Con le nostre iniziative offriremo un percorso culturale in materia socio economica, rivolto a cittadini non specialisti I tempi ci paiono maturi per rendere più accessibile e “democratico“ il sapere economico. Così potrà uscirne valorizzato anche il senso di “cittadinanza”.

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