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Banca d'Italia - Finanza pubblica: fabbisogno e debito (14 Dicembre 2018)

14 December 2018

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di Mauro Ravarino
fonte LINKiesta

Nel 2005 con L’impresa irresponsabile il sociologo Luciano Gallino analizzava il rovesciamento della concezione olivettiana dell’impresa «che conciliava innovazione produttiva, territorio e comunità». Ai giorni nostri, secondo lo studioso, le aziende si fondano sulla massimizzazione, a ogni costo, del proprio valore di mercato in Borsa, svincolato dal fatturato e dalle dimensioni produttive. Professore emerito all’Università di Torino, è stato uno dei primi studiosi a parlare di finanziarizzazione delle imprese.

E, ora, interviene nel dibattito sollevato da Fulvio Coltorti, ex direttore dell’Ufficio studi di Mediobanca, a proposito del libro La fabbrica della crisi di Angelo Salento e Giovanni Masino (Carocci). «Può essere utile riproporre il tema per verificare se questo processo è tuttora in corso», dice, «ma certo non lo si può considerare una scoperta teorica. Gli studi sul tema sono ormai radicati. La celebre frase “banche che costruiscono automobili”, riferita a General Motors, Ford e Chrysler, girava come battuta popolare quasi dieci anni fa».

 

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di Guglielmo Forges Davanzati
fonte Sinistra in rete

La crisi ha comprensibilmente prodotto un aumento considerevole dell’interesse dell’opinione pubblica per l’Economia. Un interesse che si è tradotto, e si traduce talvolta, in un approccio fideistico alla disciplina, dove ciò che conta è la (presunta) verità enunciata di volta in volta dal politico di riferimento e legittimata dall’economista di riferimento del politico.

Ne costituisce un esempio paradigmatico lo studio dell’andamento dello spread (ovvero del differenziale dei tassi di interesse fra titoli di Stato italiani e titoli di Stato tedeschi). La stessa parola era pressoché sconosciuta in Italia fino al 2011, quando, proprio a seguito di una sua impennata, si insediò il Governo Monti. Nel biennio 2011-2013 era convinzione diffusa che la priorità per l’economia italiana era ridurlo e che, per ridurlo, occorreva procedere lungo la direzione delle c.d. riforme strutturali (privatizzazioni, liberalizzazioni, deregolamentazione del mercato del lavoro).

A distanza di pochi anni, è convinzione altrettanto diffusa che “fra il popolo e lo spread” – come se ci fosse un’alternativa – si sceglie il popolo, come recentemente dichiarato da un Ministro della repubblica italiana.

A fronte di ciò, occorre chiedersi se l’Economia sia davvero accessibile a tutti, anche non addetti ai lavori, ovvero anche coloro che non hanno studiato per diventare economisti e che sono pagati per farlo.

La risposta, in questa sede, può essere data sulla base dei seguenti passaggi che si riferiscono alle modalità standard adottate nella comunità degli economisti di professione.

1) Ogni modello economico è costruito sulla base di un insieme di ipotesi. Queste ipotesi sono in larga misura arbitrare, selezionate dal ricercatore sulla base di convenzioni (cioè, recependo le ipotesi più diffusamente adottate nella comunità di riferimento) e di convinzioni pre-analitiche, che riflettono il proprio orientamento politico-ideologico. Nella fase della selezione delle ipotesi si è dunque in un campo dove l’opinabilità è ammessa e dunque in un campo nel quale potenzialmente tutti – anche non economisti – possono esprimersi

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di Jan A. Kregel

La moneta unica europea, proposta originariamente nel Rapporto Werner pubblicato nel 1970, fu introdotta infine nel 1999 a supporto dell’Atto Unico Europeo (1987). Le proposte di Werner furono formulate nel contesto globale del sistema di cambi fissi di Bretton Woods che era in piena disintegrazione al tempo in cui il Rapporto fu pubblicato. Nonostante le difficoltà di gestione del cambio incontrate all’interno dei cosiddetti “serpenti monetari nel tunnel” (dopo il tramonto di Bretton Woods) la Comunità Economica Europea rimase ferma nella sua intenzione di introdurre l’equivalente di un sistema di cambi fissi, reso irreversibile attraverso una moneta unica, emessa da una autorità monetaria sovranazionale in un mondo di cambi di cambi variabili. La moneta unica fu così una novità per due aspetti, l’adozione di un sistema irreversibile interno di cambio fisso in presenza di un sistema internazionale di cambi variabili, che eliminava così l’aggiustamento del cambio per le relazioni commerciali dei i singoli stati membri rispetto al resto del mondo1, e una moneta emessa da una istituzione senza nessuna connessione diretta con un governo nazionale o bilancio di governo2, che con ciò eliminava una diretta connessione tra la creazione di liquidità e la politica fiscale governativa. Di fatto, questo problema fu risolto sottomettendo la politica fiscale alla moneta unica attraverso il Protocollo alla Sezione 104 del trattato di Maastricht.

Tuttavia l’eliminazione dei cambi bilaterali per le monete nazionali non eliminò l’impatto dei cambi sulle performance dei singoli stati a causa di variazioni del cambio della moneta unica di fronte alle altre monete dei partner commerciali internazionali, che invece fluttuavano. Al contrario, ciò rese uniforme l’impatto delle variazioni del cambio della moneta unica per tutti gli stati membri, anche per quelli che erano ancora lontani dall’aver raggiunto la convergenza economica. Così, però si aveva un impatto differenziato sulle condizioni della produzione nazionale a causa delle differenze nella struttura produttiva nazionale e nelle strutture del commercio estero degli stati membri. Proprio come una politica monetaria uniforme avrebbe un impatto differente attraverso i paesi a seconda della loro particolare condizione economica, variazioni uniformi nel tasso di cambio avrebbero un impatto differente sui paesi, che sarebbe largamente indipendente dalle condizioni economiche nazionali. Allo stesso modo variazioni nelle preferenze di investitori per azioni denominate in dollari US, o variazioni nei flussi globali di capitali potrebbero produrre impatti negativi o positivi nei saldi della bilancia commerciale indipendentemente dalle esigenze della politica nazionale.

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MILANO - Certo i numeri sono ancora esigui: troppo esigui, volendo fare un appunto. Ma se tutto il comparto creditizio italiano avesse una crescita di raccolta e di crediti come quella di Banca Etica, e un'incidenza quasi nulla delle sofferenze su prestiti, si potrebbe essere più ottimisti per l'Italia: e ciò al di là di ogni considerazione "etica" rispetto all'attività finanziaria, che pure ha la sua importanza.

Nei conti chiusi nel primo semestre 2018 la piccola popolare con sede a Padova conferma le tendenze degli ultimi tempi: l'utile netto ha superato 3 milioni di euro dopo prestiti saliti del 5% a 882 milioni, raccolta diretta del risparmio a 1.455 milioni (+5,9% rispetto a fine 2017), raccolta indiretta tramite i fondi Etica sgr di 588 milioni (+2,6%), sofferenze nette su impieghi netti allo 0,8%, contro una media del sistema bancario nazionale più che tripla, pari al 2,84% (dato di fine maggio). L'indice di patrimonializzazione Cet 1 ammonta all'11,87%, per un capitale sociale di circa 66 milioni di euro.

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Banca Etica è il primo istituto creditizio in Italia la cui attività e i cui obiettivi si ispirano ai principi della Finanza Etica, intesa come strumento trasparente di gestione del risparmio, finalizzato allo sviluppo dell’economia civile, solidale e responsabile.

Le prime esperienze di Finanza Etica in Italia sono rappresentate dalle M.A.G. (Mutue per l’Autogestione), operative dagli anni ’80: il loro obiettivo era, ed è, quello di realizzare e sviluppare un sistema di raccolta e impiego del risparmio tra soci, privilegiando chi si trova in situazioni di difficoltà o propone progetti con finalità sociale.

Alcuni interventi legislativi, che negli anni ’90 rallentarono lo sviluppo delle Mag, spinsero i soggetti promotori a rivedere sia la loro operatività sia a interrogarsi su possibili evoluzioni future; per alcune Mag, tra le quali Ctm-Mag (che si occupava del finanziamento al Commercio Equo-solidale), questo fu di stimolo per farsi promotrici di un progetto di Finanza Etica che, coinvolgendo anche il Terzo Settore, avrebbe portato alla costituzione della prima banca italiana avente come scopo il sostegno di un modello di sviluppo attento ai bisogni dell’uomo e dell’ambiente.

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Chi siamo

L’associazione culturale “Risorse”, il cui sottotitolo è “per capire meglio l’economia”, intende rispondere a questa crescente aspettativa dei cittadini, che, di fronte a una crisi prolungata, avvertono la necessità di comprendere davvero. Non si tratta quindi di soddisfare soltanto un bisogno puramente culturale, bensì anche vitale.

 

Con le nostre iniziative offriremo un percorso culturale in materia socio economica, rivolto a cittadini non specialisti I tempi ci paiono maturi per rendere più accessibile e “democratico“ il sapere economico. Così potrà uscirne valorizzato anche il senso di “cittadinanza”.

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