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Autore: Massimo Bordignon
Fonte: lavoce.info

Nella Nadef 22 miliardi in più di deficit. Per disinnescare l’aumento dell’Iva e cominciare a rispettare le promesse della maggioranza. Ma la spesa in più arriva a 40 miliardi. E ciò presuppone una rapida crescita del Pil. Sostenibile? I dubbi dei mercati. E dell’Europa.

Le anticipazioni sulla manovra di bilancio contenute nella Nadef (Nota di aggiornamento al Def) stanno creando un intenso dibattito nel paese e acuito il livello di scontro tra governo italiano e Commissione europea. Quest’ultima, pur riservandosi un giudizio complessivo al momento in cui verrà presentata la legge di bilancio, ha già chiarito che i numeri presentanti nella Nadef rappresentano una deviazione significativa dagli obiettivi pattuiti dall’Italia nel luglio di quest’anno, preludio all’apertura di una procedura di infrazione. Il governo ribatte che il disavanzo è funzionale ad una ripresa dell’economia e che consentirà una più rapida riduzione del rapporto debito su Pil. Chi ha ragione e chi ha torto? E perché mai il deficit previsto dell’Italia nel 2019 non va bene alla Commissione e quelli degli anni passati sì?

I numeri della Nadef
Con la Nadef , il governo propone in sostanza un peggioramento del disavanzo per il 2019 dall’1,2 per cento del Pil ora previsto al 2,4. Si tratterebbe di circa 22 miliardi di deficit addizionale. Con questi soldi il governo intende, in primo luogo, azzerare l’aumento dell’Iva previsto dalla clausole di garanzia (per 12,7 miliardi). In secondo luogo, cominciare a rispettare la lunga lista di promesse che i due partiti di maggioranza hanno fatto durante la campagna elettorale. E dunque reddito di cittadinanza (9 miliardi più 1 per i centri per l’impiego), revisione della legge Fornero (7 miliardi); “flat tax”, cioè l’estensione del regime forfettario alle partite Iva(2 miliardi); indennizzi per i “truffati dalle banche” (1,5 miliardi); rafforzamento forze di polizia (1 miliardo); investimenti addizionali (4 miliardi). È anche prevista una riduzione (dal 24 per cento al 15) dell’imposta sulle società per gli utili reinvestiti, ma questo è almeno in parte compensata dall’abolizione dell’Ace, una facilitazione preesistente che mirava al rafforzamento patrimoniale delle imprese, e dell’Iri, l’imposta sul reddito imprenditoriale.

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Autore: Lucio Baccaro
Fonte: Economia&Politica

Sergio Cesaratto ha scritto un bel libro, Chi non rispetta le regole? (Cesaratto 2018), con l’obiettivo di smontare sistematicamente una particolare lettura della crisi dell’Euro, che assolve completamente la classe dirigente politica ed economica tedesca, e scarica per intero la responsabilità sui paesi della periferia europea. È una lettura moraleggiante, diffusa non solo in Germania, ma anche in ambienti italiani di orientamento liberista. Non è affatto un’invenzione dell’autore. Al contrario, personalmente ho ascoltato diverse volte questo tipo di narrazione quando, nell’autunno del 2013, condussi con Klaus Armingeon una serie di interviste volte a capire in quale maniera funzionari publici, politici e sindacalisti tedeschi interpretassero la crisi dell’Euro e le risposte da dare ad essa (Armingeon e Baccaro 2015).

La lettura “tedesca” della crisi
Esagerando un po’ (ma lasciando inalterata la sostanza), la lettura della crisi che emerse da quei colloqui in Germania si può riassumere nella maniera seguente: a dire degli intervistati, la situazione dei paesi della periferia europea era per molti versi simile a quella della Germania nei primi anni 2000. Anche l’economia tedesca languiva in quel periodo in una crisi profonda. Diversamente però dai paesi del Sud, la Germania scelse di mantenere in ordine i suoi conti pubblici e di introdurre riforme importanti del mercato del lavoro e della protezione sociale (le riforme Hartz). Sindacati e imprese contribuirono alla ripresa economica accordandosi per flessibilizzare il sistema di contrattazione collettiva, in precedenza eccessivamente rigido, e in questo modo consentirono alle imprese, attraverso la moderazione salariale, di riguadagnare la competitività internazionale persa negli anni immediatamente successivi alla riunificazione. Fu un governo di centro-sinistra, il governo Schroeder, ad introdurre le riforme, e ad esse pagò un prezzo politico molto alto: non fu rieletto, ma si dimostrò capace di anteporre gli interessi del paese agli interessi di parte. Grazie alle riforme fatte, la Germania tornò a crescere in capo a pochi anni.

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Autore: Roberto Romano

Il giorno 13 settembre 2018, forse, sarà una data da ricordare. La Commissione Europea (CE) e la Banca Centrale Europea (BCE) manifestano tutte le loro perplessità circa le difficoltà economiche europee e ancor di più “condividono” il loro disagio circa la tentazione di molti Paesi (Italia) nel deviare dal percorso di rientro dal debito e dall’indebitamento pubblico.

L’Europa vive una fase di transizione progettuale; il Fiscal Compact è decaduto e la discussione su come e se inserirlo nei Trattati europei entra nel vivo. Inoltre, l’autunno è la stagione della pianificazione finanziaria dei bilanci pubblici e, spesso, la politica nazionale delinea delle misure che possono “compromettere” la sostenibilità finanziaria europea deviando dalla così detta austerità espansiva. L’attenzione della CE e della BCE, quindi, cresce e cerca di condizionare le politiche degli Stati membri. Ma questa volta c’è qualcosa di nuovo e inedito. Poco prima di queste dichiarazioni, il Ministro per gli Affari Europei italiano – Paolo Savona – invia alla CE un documento molto importante: Una politeia per un ‘Europa diversa, più forte e più equa. Sebbene in molti snobbano il documento, in realtà, è rilevante perché rappresenta il punto di vista del governo sulle politiche europee e, nel contempo, delinea delle policy che mettono al centro della discussione la domanda aggregata e non le riforme dal lato dell’offerta. Il richiamo ai padri fondatori dell’Europa e all’amico Azelio Ciampi, con cui ha condiviso una stagione di governo, colloca le proposte italiane di riforma della CE nel campo del riformismo liberale. Inoltre, è un contributo richiesto dalla CE nell’ambito della revisione del Fiscal Compact. Quindi la CE non può eludere il tema. La CE, inoltre, avrebbe dovuto insediare una commissione di valutazione dei criteri economici sottesi al Fiscal Compact - proposta dell’ex Ministro Padoan -, ma i lavori di revisione dei modelli sono stati rallentati. Al momento non è nemmeno presa in considerazione la possibilità di adottare i modelli OCSE che sono decisamente meno rigidi di quelli europei. La puntualizzazione dei principali “gendarmi” europei, quindi, non è sorprendente: in gioco c’è la politica economica nel suo insieme.
Per comprendere cosa si cela dietro la scatola nera delle dichiarazioni pubbliche di BCE e CE dobbiamo innanzitutto riprendere fedelmente le dichiarazioni dei diretti interessati.

Partiamo dalle note ufficiali. Mario Draghi sostiene che: “L’attuazione delle riforme strutturali nei paesi dell’area dell’euro va considerevolmente accelerata per consolidare la capacità di tenuta, ridurre la disoccupazione strutturale e rafforzare la produttività e il potenziale di crescita dell’area”. Pierre Moscovici sottolinea quanto segue: “Per l'Italia ridurre il debito pubblico è nel suo stesso interesse. Chi pensa che si possano rilanciare gli investimenti aumentando il deficit, dice una bugia”. Naturalmente la documentazione è più ampia, ma i punti politici sono particolarmente espliciti e non lasciano molti dubbi sugli obbiettivi economici europei: 1) sostenibilità dei conti pubblici come da Fiscal Compact (mai nominato); 2) riduzione del debito e dell’indebitamento; 3) l’Italia ha già beneficiato di flessibilità; 5) le politiche devono far crescere il PIL potenziale.

La particolarità del documento di P. Savona è legata alla sua struttura. In particolare colloca l’Europa dentro la Storia e non dentro modelli econometrici. L’Europa è vista come una istituzione del capitale che ha smarrito il suo ruolo, e deve essere riformata all’interno, almeno, dell’economia del benessere: si avverte la necessità di un bilancio pubblico europeo, di una riforma fiscale all’altezza della sfida europea, di assegnare alla BCE il ruolo di Lender of last resort, la necessità di riappropriarsi della golden rule, ovvero lo scorporo degli investimenti pubblici nella valutazione dei bilanci pubblici, verificando con attenzione i moltiplicatori.

Se scorriamo con attenzione l’analisi e le proposte di Savona, sono quelle che alcuni economisti hanno proposto. Il riferimento obbligato è l’appello “Superare il Fiscal Compact per un nuovo sviluppo europeo” – 7 dicembre 2017 -, ascoltato da pochi e discusso ancor meno.

La BCE e la CE hanno voluto ricordare a tutti che l’Europa deve avere un progetto comune. Sebbene quasi tutti concordano sulla finalità del progetto, il documento Savona e del governo italiano, delinea un progetto comune europeo fondato sugli obbiettivi storici della stessa Europa. Vale il monito di Ciampi ricordato da Savona: “il Presidente della Repubblica italiana Carlo Azeglio Ciampi, che ha ripetutamente detto che l’architettura europea era affetta da “zoppia”, mancava di unione politica, della messa in comune delle sorti dei cittadini dell’Unione. Un principio elementare per la sopravvivenza legale, non solo economica, di una moneta comune”.

 

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Autore: Morya Longo
Fonte: Il Sole 24 Ore

Chi nel 2008 definì la valanga finanziaria che si stava abbattendo sull’umanità come la «crisi del debito», riferendosi a quei tempi ai mutui americani, oggi dovrebbe trovare una definizione ben più enfatica. Perché da allora i debiti totali (pubblici e privati) secondo Iif sono aumentati di 72mila miliardi di dollari, arrivando alla cifra quasi impronunciabile di 237mila miliardi. E di questi, 59mila miliardi sono sulle spalle delle aziende di tutto il mondo. Ma, sebbene impressionanti, non sono i numeri il problema. Sono piuttosto le modalità con cui questi debiti sono cresciuti.

Grazie alle politiche monetarie ultraespansive e alla regolamentazione internazionale che ha legato le mani alle banche, a finanziare questa espansione creditizia sono stati infatti in gran parte i mercati finanziari. A partire dalle società di asset management. Non tanto le banche. Grandi rischi sono quindi oggi nelle mani di grandi società di gestione del risparmio che sono tutt’ora sottoposte a regole prudenziali ben più blande rispetto alle banche. Così molti sono oggi convinti che siano queste le istituzioni «too big to fail». Troppo grandi per fallire.

Alti rischi, bassi rendimenti

Anni di politiche monetarie ultra-espansive hanno geneticamente modificato la propensione al rischio degli investitori e la struttura stessa dei mercati obbligazionari. A preoccupare sono soprattutto quelli delle aziende, i cosiddetti «corporate bond». Non solo sono cresciuti in dimensioni, ma sono aumentati in rischiosità “congenita” nonostante i rendimenti siano scesi sui minimi storici. E ora che sono un po’ risaliti, continuano a non remunerare i rischi che gli investitori corrono. Sono i numeri a parlare da soli.

Nel 2007 su 100 corporate bond emessi a livello mondiale, 80 avevano un rating investment grade (dunque avevano un’elevata affidabilità) e 20 avevano un rating speculativo (erano cioè bond spazzatura, «junk»). Ora le percentuali sono molto cambiate: su 100 bond aziendali emessi, solo 58 sono “investment grade” (dunque più affidabili) e i restanti 42 sono sono “junk”. Questi dati, dell’Ocse, dimostrano che ormai vengono emesse molte più obbligazioni da parte di aziende poco affidabili, perché il mercato è disposto a finanziarle come non mai. A tassi bassi. Questo, almeno, fino a qualche mese fa. Non solo. Se anche si guardano le obbligazioni con rating “investment grade” si nota anche qui un generale deterioramento: secondo i dati di Gluskin Sheff pubblicati da Bloomberg, oggi quasi il 50% di queste obbligazioni ha rating “BBB” (dunque il minore per essere considerate “investment grade”), mentre nel 2009 erano appena il 32%. Insomma: anche nella Serie A del mercato obbligazionario, aumentano le squadre di mezza classifica.

E non finisce qui. A deteriorarsi negli ultimi anni sono state anche le protezioni contrattuali e legali inserite nei prospetti dei bond. Quelle messe a garanzia degli investitori: i cosiddetti “covenant”. M&G ha creato una scala che mostra la forza protettrice dei covenant nelle obbligazioni statunitensi, con punteggi che vanno da 1 (protezione massima) a 5 (minima). Ebbene: per i bond con rating «B», ad esempio, la protezione è peggiorata da 3,40 a 4,20 circa dal 2012 a fine 2017. E in Europa il fenomeno è simile. Anche sul fronte dei leveraged loans, su cui molti investitori puntano: quelli a bassa protezione contrattuale (i cosiddetti “covenant lite”) nel 2017 erano il 60% delle emissioni totali, mentre nel 2007 circa il 5%. Insomma: i bond aziendali hanno mediamente rating sempre più bassi e protezioni legali sempre più affievolite. Eppure, a fronte di una maggiore rischiosità, i rendimenti negli ultimi anni sono scesi. A causa della grande domanda di bond da parte di investitori sempre più grossi in cerca di rendimenti. E qui viene il secondo capitolo del problema.
Investitori e illiquidità

A fare incetta di obbligazioni negli ultimi anni è stato il mondo del risparmio gestito. Anche perché la regolamentazione sempre più restrittiva prodotta dai Governi nei confronti delle banche dal 2008 in poi ha costretto i tradizionali istituti creditizi a ridurre i finanziamenti alle imprese. Così, mentre le banche si ritiravano, sono arrivati i fondi d’investimento a sostituirle: più snelli e con regole meno asfissianti, in questi anni sono stati loro a contribuire in maniera determinante all’espansione creditizia. Comprando obbligazioni emesse da aziende. Anche quelle meno affidabili. Oggi - secondo i dati di Banca del Ceresio - negli Usa i fondi detengono il 30% del mercato dei bond “spazzatura” (erano al 18% nel 2008) e in Europa il 20% (erano al 5% nel 2008).

Ma il rischio maggiore per chi detiene grosse fette del mercato obbligazionario è un altro: l’illiquidtà. Questo significa che non esiste più un efficiente mercato secondario. Il motivo, anche qui, è legato alle regole che hanno colpito il settore bancario e che hanno reso oggi per le investment bank più oneroso (dunque non conveniente) svolgere attività di market maker. Di fatto le grandi banche non sono più “garanti” della liquidità sui mercati secondari. Così le banche oggi sono più sicure, ma in compenso sul mercato si è creato un rischio di illiquidità potenzialmente esplosivo. E a farne le spese sono proprio i grandi fondi, che investono grandi quantità di denaro in mercati illiquidi.

Il tema è ben chiaro a Pascal Blanqué, chief investment officer di Amundi: «Il disallineamento tra la liquidità dei fondi, che garantiscono liquidabilità quotidiana delle quote ma investono in asset potenzialmente illiquidi come ad esempio alcuni segmenti del mercato obbligazionario high yield, è un’area potenziale di rischio. Per questo guardiamo con attenzione alla gestione della liquidità dei fondi». Insomma: i fondi garantiscono ai clienti di poter ritirare i propri soldi in qualunque momento, ma investono in titoli spesso invendibili sul mercato perché non esistono compratori. Se ci fosse dunque una corsa ai riscatti, per molte società di gestione potrebbero iniziare i guai: si troverebbero impossibilitate a vendere i titoli per rimborsare i clienti. Per mancanza di mercato. Di liquidità. Di market maker. Per un effetto boomerang delle normative.

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Autore: Daniele Chicca
Fonte: WSI

A dieci anni dallo scoppio della maggiore crisi finanziaria mondiale dopo la Grande Recessione degli Anni 30, è il momento giusto per interrogarsi sui pericoli che la storia si ripeta. Cosa è cambiato rispetto ad allora nel mondo finanziario e nella struttura economica globale? Le regole introdotte affinché una crisi come quella che dal 2008 ha investito prima la finanza e poi l’economia reale mondiale non si ripeta, sono efficaci e ci proteggeranno da una possibile seconda crisi? La risposta di economisti, banchieri ed ex leader politici è un coro di no.
Come ha anche osservato l’ex premier inglese Gordon Brown, per il quale “il mondo sta avanzando come un sonnambulo verso la prossima crisi” perché i governi non hanno risolto i problemi che erano all’origine della crisi di dieci anni fa, i timori di oggi sono più politici che finanziari o economici, visti i fondamentali buoni nel mondo industrializzato.

Scondo Sergio Rossi, professore di macro economia e politica monetaria all’Università di Friburgo, ci avviamo verso un decennio di vulnerabilità e la prossima crisi potrebbe arrivare dal fronte politico. “Se la politica fa paura è perché va a rimorchio della grande finanza ed è succube dei grandi poteri finanziari e industriali”.

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Chi siamo

L’associazione culturale “Risorse”, il cui sottotitolo è “per capire meglio l’economia”, intende rispondere a questa crescente aspettativa dei cittadini, che, di fronte a una crisi prolungata, avvertono la necessità di comprendere davvero. Non si tratta quindi di soddisfare soltanto un bisogno puramente culturale, bensì anche vitale.

 

Con le nostre iniziative offriremo un percorso culturale in materia socio economica, rivolto a cittadini non specialisti I tempi ci paiono maturi per rendere più accessibile e “democratico“ il sapere economico. Così potrà uscirne valorizzato anche il senso di “cittadinanza”.

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